Viaggio alle Svalbard – di Paolo Giordano

3 febbraio, 2014 • Resoconti di viaggioNessun Commento

Viaggio alle Svalbard – 

Lo scrittore Palo Giordano, autore di La Solitudine dei Numeri Primi e vincitore del premio Strega, ci racconto il suo viaggio alle Svalbard.

Di cosa parliamo quando parliamo di Svalbard

Di ghiaccio. Di orsi polari e volpi fameliche. Di leggende primitive. Eppure, se avrete pazienza e occhi per guardare la miriade di colori della neve, capirete che queste sono isole per impressionisti dell’anima.

Viaggio alle Svalbard

Le notizie che raccolgo sulle isole Svalbard prima di arrivarci sono poco rassicuranti. Google riporta che la temperatura massima oscilla attorno ai -6 °C. Il giornale locale, lo Svalbardposten, dice che è finalmente terminata l’epidemia di rabbia fra le volpi. E un’amica mi racconta che fuori dall’unico centro abitato, si va in giro armati per via degli orsi polari. Freddo, volpi rabbiose e orsi famelici: delle Svalbard, prima di imbarcarmi sul volo, non conosco altro. Il gruppo al quale mi aggrego è composto per la maggior parte da professionisti nel settore dei viaggi in visita a Spitsbergen, l’isola principale, e una delle destinazioni più richieste dagli appassionati dell’Artico. Ci sono rappresentanti da quasi tutta l’Europa. Tra i miei preferiti: un estone con una risata spontanea che lo manda ogni volta fuori controllo, una tedesca di Amburgo sull’orlo di una crisi di nervi, un metallaro svizzero dallo sguardo sanguinario – la prima domanda che rivolge alla coordinatrice è se può avere anche lui un fucile o una qualunque arma da fuoco –, un’olandese bella e ammiccante in modo omni-direzionale (pur senza rendersene conto) e una norvegese materna che sa tutto, ma davvero tutto, di crociere, al punto che mi declama per intero tutti i viaggi in catalogo, senza mollarmi finché non le prometto che sì, m’imbarcherò senz’altro su una delle loro navi, nonostante io le abbia fatto presente fin dal principio che detesto andare per mare. La prima impressione del luogo mi suggerisce che, oltre alle vestigia delle miniere di carbone e a una nave di Greenpeace ormeggiata a poche centinaia di metri dalla riva (sembra spiarci), non ci sia molto da vedere alle Svalbard. Le costruzioni sparpagliate all’estremità del fiordo non hanno nulla della graziosità dei villaggi scandinavi o islandesi. E il terreno grigio che fa da cornice al tutto, più che ricordare il Nord Europa, ha un sapore di Russia remota, di Siberia.

viaggio alle svalbard

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Viaggio alle Svalbard – Per l’albergo giriamo scalzi, il che ci fa sentire in una strana intimità, come una classe di bambini della scuola materna. A cena, gli scambi di battute rispettano lo humour un po’ frigido del gruppo: «Lo sapevate che gli uccelli migrano ogni anno da qui fino all’Africa?», «Allora sono dei frequent flyer! ». L’ultimo chiarore muore lentissimo oltre le vetrate del ristorante – fra un mese inizierà la lunga notte polare e mi sembra di assistere a una vera e propria lotta fra luce e oscurità, che quest’ultima vincerà per sfinimento. Decido di congedarmi prima degli altri e la tedesca di Amburgo mi scaglia la prima delle sue frecce avvelenate: «Gli italiani hanno sempre sonno», sentenzia. Il mattino seguente mi sveglio in un paesaggio diverso. Ha nevicato per ore e la terra brulla che ieri conferiva all’ambiente un’aria squallida, trasandata, è stata sostituita da un manto regolare. Resto incantato per diversi minuti davanti alla striscia rosa che tinge la sommità della montagna. Una famiglia che abita accanto all’albergo ha pensato bene di festeggiare la prima neve facendo colazione all’aperto. I due bambini infagottati nelle tute da sci come salsicce si servono da un contenitore di alluminio, allegri, mentre il termometro ancorato fuori dalla mia finestra segna -8 °C.

Viaggio alle Svalbard

Qualche anno fa un orso polare è sceso in paese e si è fatto una passeggiata a quest’ora del mattino. Ha girato un paio di volte intorno alla scuola, mentre i genitori lanciavano (letteralmente) i figli piccoli oltre la recinzione – nessuno si è fatto male. L’estate scorsa è andata meno bene a un gruppo di studenti inglesi che campeggiava all’aperto: una notte sono stati aggrediti da un orso che ha divorato uno di loro. È questo, all’incirca, il tenore degli aneddoti che circolano a Longyearbyen. Hanno uno sfondo cruento, selvaggio. C’è quello dei 17 marinai russi che sopravvissero di cannibalismo, c’è quello dell’aereo precipitato e quello della fanghiglia che durante il disgelo porta alla luce i cadaveri ben conservati dei cacciatori di balene… Storie primitive e macabre, dalla morale incerta, per le quali gli abitanti di qui hanno una passione speciale.

Viaggio alle Svalbard

Quando ormai tutti i componenti maschi del gruppo hanno irrimediabilmente perso la testa per la ragazza olandese, veniamo portati a fare un giro in gommone per il fiordo. Viaggiando a venti nodi, ogni centimetro quadrato di pelle brucia, marchiato dal freddo. Rimango concentrato sulla mia temperatura corporea, finché la visione fugace di una foca che raggiunge il pelo dell’acqua e subito s’immerge riesce a distrarmi. Succede così alle Svalbard: a un certo punto una variazione minima irrompe ad alterare la monotonia estenuante del paesaggio e il suo ingresso è come una rivelazione. Mi è successo stamattina con i raggi del sole che battevano sulla montagna, e adesso, con il dorso lucido di una foca. Mi succederà ancora più tardi, durante la visita alla Galleri Svalbard, davanti ai quadri lattescenti di Kåre Tveter, che dipinse la miriade di colori che il bianco della neve contiene al suo interno, il modo in cui la luce li svela solo a chi possiede la pazienza e gli occhi per guardare. Le Svalbard sono isole per impressionisti dell’anima. A ogni ripartenza la norvegese materna ci conta. Durante i brevi trasferimenti in pullman da una parte all’altra del centro abitato, Bjorn, una delle guide, ci ragguaglia sugli aspetti della vita quotidiana a Longyearbyen. Dice: «Tutto ciò che fa male costa poco e tutto ciò che fa bene costa caro. Ci vogliono 4 € per un litro di latte, ma gli scandinavi arrivano dalla Terraferma per fare man bassa di tabacco e alcolici tax-free». «Abbiamo quattro medici con specialità diverse e devi sperare che la malattia che hai ricada in uno di quegli ambiti. Se non è così, aprono il libro di patologia e iniziano a cercare C’è un solo locale notturno, quella costruzione color panna». Sorridendo, aggiunge: «Ma l’80% degli abitanti è di sesso maschile, quindi scarseggiano le probabilità di accoppiamento». «Qui le serrature sono inutili e la gente lascia le chiavi nell’automobile, perché tanto dove volete scappare con un’auto rubata?». «Alle Svalbard non circola droga». «Alle Svalbard non esiste il Male».

Viaggio alle Svalbard

Il terzo giorno, dopo una passeggiata in leggera salita verso la Miniera Numero 5, pranziamo con stufato di patate e renna in una capanna riscaldata da un bel fuoco centrale, mentre ascoltiamo una presentazione sugli orsi polari, coadiuvata da un suggestivo e sanguinario slide-show. Ci prepariamo per la gita sulle slitte trainate dai cani. È il momento più atteso da tutti noi, probabilmente quello che ci ha convinto a venire, abbandonando l’ultimo scampolo di estate in favore di questo clima impietoso. Appena usciamo, intuisco che non è affatto il tipo di attività adatta a me e vengo assalito da un amaro pentimento. I cani, una sessantina in tutto, abbaiano e saltano come impazziti. C’è un odore pungente, nauseabondo, che proviene da loro, così come dalle tute che ci fanno indossare. L’addestratore ci chiede di dividerci a coppie, guideremo un po’ per ciascuno. Io non voglio guidare. Si può dire che non sia troppo portato per la guida in generale. La mia prima esperienza sui kart, a cinque anni, si è conclusa dopo pochi secondi con me schiantato contro una torre di pneumatici, infradiciato di benzina. Senza che mi si noti troppo, mi avvicino all’unica slitta da tre, quella dove ci sarà anche l’addestratore. L’estone con la risata fuori controllo ha avuto la stessa idea – è un codardo come me e ci basta un’occhiata per riconoscerci. L’addestratore si mette al posto di guida e noi, rinfrancati, ci accomodiamo sui sedili (odorosi anch’essi), per goderci la gita. Mentre corrono, i cani continuano a svolgere le altre funzioni corporali con disinvoltura. Mi è stato spiegato che per loro la slitta è un divertimento, ma fatico a crederlo, legati come sono a quelle funi che li costringono a procedere di sbieco, tutti storti. Ci fermiamo dopo qualche centinaio di metri per farli bere. Poi, al momento di ripartire, succede. «Vieni tu», mi dice l’addestratore. «Io?». «Sì, tu».

Viaggio alle Svalbard

Cerco di stare tranquillo. Sembra facile, dopotutto. La pista è dritta e io devo solo comandare un manubrio simile a quello di una bicicletta. Ma i cani non mi tranquillizzano. Io non mi fido di loro e sento che loro non si fidano di rimando. Sono cani, sono diversi da me. Ognuno avrà la sua personalità, le sue nevrosi. Per esempio, quello più grosso – che scoprirò chiamarsi Whiskey – prima faceva di tutto per orinare dentro la ciotola da cui il suo vicino stava bevendo. Presumo che tutto questo possa risolversi in uno dei macabri aneddoti che piacciono tanto agli svalbardesi. Quando arriva il momento di fermarsi, l’addestratore mi informa che il freno a pedale della slitta è rotto, perciò devo saltare sopra la staffa con tutti e due i piedi. Non funziona, ovviamente. Gli otto cani non se ne accorgono neppure, continuano a tirare e, per scansare gli altri, scartano verso il fossato. Perdo la presa, scivolo all’indietro e la slitta si ribalta, buttando sul lago ghiacciato la guida e il mio compagno estone urlante. Non ero mai andato così vicino ad ammazzare qualcuno. Dopo l’incidente vengo trattato come un pericolo. Me ne sto buono buono sulla slitta, a guardare le sfumature delle montagne, risentito. In prossimità del traguardo la tedesca di Amburgo mi sfila di fianco, fiera come un’amazzone al comando della sua muta. Senza un’ombra di simpatia, esclama: «Una bellissima esperienza guidare queste slitte!».

Viaggio alle Svalbard

La sera, durante la nostra ultima cena, non avverto rammarico da parte di nessuno per l’imminente separazione del gruppo, ma per il luogo che stiamo per lasciare sì. Lo condivido anch’io. Ci servono ancora una volta renna e purè, il piatto decorato da pallidi alchechengi, e per la prima volta capisco a che cosa assomiglia il sapore della carne di renna: a quello del fegato, ma più delicato e polveroso. Penso che non tornerò più qui – e perché dovrei? –, ma che sono contento di esserci stato. Non per il senso dell’estremo che attrae la maggior parte dei turisti, ma perché il colore della montagna che sovrasta Longyearbyen mi rimarrà in mente a lungo, ne sono certo. Dev’essere per via dell’eccesso di spumante che allento la mia compostezza nei confronti della tedesca di Amburgo, con la quale dopo oggi pomeriggio è guerra dichiarata. Prendendola alla larga, riesco ad arrivare al cuore della questione, al motivo per cui ce l’ha tanto con noi italiani, che giusto un attimo fa ha definito «così irrazionali». Con l’aria mesta, osservando il bicchiere vuoto, a un certo punto lo confessa: «Be’, sai… ho questa cognata… italiana».

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